Così il pallone è la prosecuzione del putinismo con altri mezzi

“Ma questi russi fanno paura, non sudano mai, sono di titanio” (Marco Baldini al Tg1). “Qualcuno ci spieghi se vanno a energia eolica o solare?” (Beppe Dossena, telecronaca di Olanda-Russia). Facciamo finta di non dover spiegare a Beppe Dossena che i russi – al limite – vanno a gas siberiano;resta comunque il simbolo.
26 GIU 08
Ultimo aggiornamento: 05:33 | 20 AGO 20
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Milano. “Ma questi russi fanno paura, non sudano mai, sono di titanio” (Marco Baldini al Tg1). “Qualcuno ci spieghi se vanno a energia eolica o solare?” (Beppe Dossena, telecronaca di Olanda-Russia). Facciamo finta di non dover spiegare a Beppe Dossena che i russi – al limite – vanno a gas siberiano; resta comunque il simbolo: quando si parla del calcio russo l’immaginario di riferimento è sempre fatto di materie prime esplosive, oppure di segretissime tecnologie di derivazione – va da sé – militare. Mai che si dica: “Be’, quelli c’hanno il dribbling nel sangue”, che per Andrej Arshavin, stella lucente degli Europei 2008, sarebbe magari la più logica spiegazione. Al massimo, per lunghi anni, s’è dubitato che fosse il sangue radioattivo di Chernobyl a pompare i guerrieri della fu Unione Sovietica, della Dinamo Kiev e della Dinamo Tbilisi, e per estensione geopoliticamente successiva di qualsiasi squadra della Santa Madre Russia.
Ma la leggenda ha pur sempre qualche parentela col vero, affonda le sue radici nel mito anni 70-80 della Nazionale sovietica a trazione ucraina del colonnello Lobanovski: la quale Nazionale sovietica affondava a sua volta le sue radici nell’ingegneria calcistico militare della Dinamo Kiev temprata come l’acciaio del medesimo colonnello, puro calcio offensivista e totale materializzato oltre la Cortina di ferro. Valerij Vasylovijc Lobanovski, “il Colonnello”, sta alla storia del calcio come Jurij Gagarin a quella dei voli spaziali: una vita spesa per essere in anticipo sui tempi, sulla tecnologia del resto del mondo, sulle conquiste dell’occidente capitalista. Nel 1961, a ventidue anni, eroe pallonaro del disgelo, Lobanovski aveva vinto con la Dinamo Kiev il primo campionato nella storia del club ucraino, sulle ali di una filosofia a dir poco profetica, se si conta che alle nostre latitudini non era ancora germogliato il rivoluzionario, a suo modo, “taca la bala” di Helenio Herrera: “Correre velocemente è utile, pensare rapidamente è indispensabile”.

Un furore scientifico
Sarà lui un decennio dopo, divenuto allenatore, a inventare il calcio totale alla sovietica, e a portare gli ucraini alla conquista dell’Europa, la Coppa delle Coppe e poi addirittura la Supercoppa in faccia al grande Bayern di Beckenbauer. A portare al Pallone d’oro nomi che sembrano di prìncipi usciti dalle fiabe russe come Oleg Blochin e Igor Belanov (ma pure Andrij Shevchenko, nel 2004, gli porterà come omaggio il suo, di Pallone d’oro, sulla tomba). E a portare un furore scientifico e rivoluzionario in allenamento e in campo, e a utilizzare per primo il computer per monitorare la condizione atletica dei giocatori. E infine a trasportare dalla Dinamo Kiev alla Nazionale quella sua idea militare di calcio totale, fisico, meccanico (“tutto è numero”) in cui – soviettisticamente – il collettivo era tutto, l’individualismo nulla (“le sole improvvisazioni che tollero sono quelle che mettono in difficoltà gli avversari”), la velocità l’essenza. Un calcio futurista e costruttivista, più estremo ancora del “Total Voetebal” olandese, a suo modo un concetto di spettacolo totale che sarebbe probabilmente piaciuto a gente come Ejzenstein e Majakovskij. Ma se la “Clocwork Orange” di Cruijff e del ct Rinus Michels è passata alla storia come l’icona della rivoluzione libertaria dell’Europa degli anni 70, l’ingegneria militare del colonnello Lobanovski ne rimarrà negli annali del calcio come il corrispettivo totalitario.
Collassata l’Urss, anche il suo calcio totale si trasformò presto nel passato di un’illusione. Per un decennio buono, come i sommergibili atomici e arrugginiti della flotta sovietica, gli spezzoni disarticolati di quel che restava del football di Lobanovski vagarono di naufragio in naufragio, di eliminazione in eliminazione, sotto le spoglie delle Dinamo e degli Spartak, o della Nazionale russa, che debuttò per la prima volta come Nazionale della CSI, agli Europei del 1992. Per quanto, furono i cinque gol rifilati dal russo Oleg Salenko al Camerun, nel più chiacchierato “biscotto” della storia dei Mondiali, a salvare – per il complicato computo della differenza reti – la ghirba ad Arrigo Sacchi a Usa ’94.
Certo è che la fine dell’Unione Sovietica ha portato a una gran rivoluzione anche nel calcio, disgregando in mille rivoli un’eredità eccellente. Ma soprattutto, dopo un buon decennio di rodaggio – quando il campionato russo non aveva ancora assunto la pomposa e occidentalizzante dicitura di Russian Football Premier League, e in pratica a giocare c’era soltanto lo Spartak Mosca (nove scudetti in dieci anni) – quella dissoluzione ha portato alla nascita di un fenomeno nuovo. Bello, luccicante. Sportivamente ed economicamente aggressivo: il calcio russo. Che non è quella cosa “al titanio”, o da pure macchine trebbiatrici buttate su un prato da pallone che molti continuano a immaginare. Anche perché la filosofia del calcio solo totale e collettivista, è rimasta piuttosto eredità dell’Ucraina, che ancora lo celebra con alterne fortune (ha fatto vedere qualche sorcio verde all’Italia anche nelle qualificazioni per Euro 2008). In Russia, invece, ha attecchito la spericolata follia di un calcio spettacolare e votato all’attacco. Tanto da aver stupito per spregiudicatezza, dicono i cultori della materia, persino i brasiliani del futebol-samba.

Surclassando in sciovinismo Zapatero
Per capire qualcosa delle settecentomila persone impazzite di gioia che hanno invaso Mosca dopo la strepitosa vittoria sull’Olanda nei quarti di finale di Euro 2008 (forse la più bella esibizione di calcio vista finora all’Europeo), per intendere il senso delle acclamazioni al “gioco splendido e alla vittoria superba” con cui il presidente russo Dmitri Medvedev ha surclassato in sciovinismo persino Zapatero, per capire come mai il ministro dello Sport, Vitalij Mutko, abbia addirittura interposto la sua autorità per stoppare possibili ipotesi di trasferimento a un club estero di Andrej Arshavin, il nuovo zar di Pietroburgo, bisogna analizzare un poco i fatti. E capire che nel lungo regno di Vladimir Putin c’è stata anche una grande trasformazione che ha riportato il calcio in auge, a essere non più la quarta arma dell’esercito applicata alla Guerra fredda, bensì un elemento chiave e assai dinamico del business privato, del nazionalismo pubblico e – perché no? – del controllo sociale propriamente detto. Quando si ammira la vittoria in Coppa Uefa dello Zenit di San Pietroburgo, squadra che dal 2005 è di proprietà di Gazprom, e dalla quale oltre ad Arshavin vengono anche altri talenti della Russia, come Konstantin Zyryanov o Roman Shirokov, bisognerebbe riflettere, con la saggezza di Gassman nei “Soliti ignoti”, che “città ricca, c’hanno i mezzi”.
Gazprom ha pompato nello Zenit più di cento milioni di dollari, e l’ha affidata a un grande della panchina come Dick Advocaat, altro ex ct olandese. Ma tre anni prima la Coppa Uefa era stata vinta dal Cska Mosca, prima squadra russa a imporsi in Europa: guarda un po’, era la squadra della Sibneft di Roman Abramovich. Per non parlare delle altre innumerevoli acrobazie finanziarie che negli ultimi anni hanno legato la finanza russa ai destini di gloriosi club di mezzo mondo, a partire dal Corinthians comprato nel 2005 dalla Media Sports Investment di Kia Joorabchian, uomo d’affari iraniano ben collegato a Mosca. E mai che si pensi che lo stadio Luzniki di Mosca può ospitare 85 mila spettatori in una struttura che l’Uefa cataloga a cinque stelle, fra le migliori d’Europa e degna di ospitare la finale di Champions come in Italia da nessuna parte si potrebbe fare.
Ma al di là di tutto questo rutilante mondo di politica e idrocarburi, è cresciuta in questi anni una generazione di giocatori russi tecnica e talentuosa, che esprime un calcio più vicino a quello degli olandesi – o addirittura degli spagnoli, i prossimi avversari in quella che si annuncia come la “vera finale” del torneo – piuttosto che a quelli degli “antenati” sovietici del colonnello Lobanovski. Il cui nobile fantasma, però, continua a vegliare dall’empireo del pallone sui destini e della Nazionale russa di Guus Hiddink. Anche lui olandese, come Advocaat, e dunque consapevole erede di quel calcio magnifico e imprudente che fu lo specchio eurooccidentale del calcio meccanico di Kiev. Di quel passato Hiddink ha fatto tesoro, mescolandolo al presente. E regalando alla Russia il calcio del futuro.